Intervista a Patrizio Oliva
Gancio e montante. Destro e sinistro, knockout. Questa settimana saliamo su un Ring. Perché chi, come la sottoscritta, è cresciuto a pane e pallone, è cresciuto anche un poco a pane e Patrizio Oliva, mitico campione di boxe degli anni ’80 e grandissimo tifoso azzurro. Oro olimpico a Mosca nel 1980, diverse volte campione europeo dei superleggeri, Patrizio diventa campione del mondo WBA nel 1986, proprio all’epoca del Napoli del primo scudetto.
E allora, che ricordi hai di quel periodo così importante per la città, Patrizio? –“Il 1986 fu un periodo veramente straordinario per Napoli, con l’arrivo un anno prima di Maradona, che iniziava a far sognare una città che voleva togliersi i paccheri da faccia grazie a quello che già si preannunciava come un fenomeno calcistico mondiale. Contemporaneamente ci fu il mio exploit: tentai, dopo diversi titoli, la scalata mondiale proprio contro un argentino, tra l’altro amico di Maradona (Ubaldo Sacco n.d.r.) e coronai il mio sogno. Napoli visse due momenti straordinari di sport grazie al calcio – passione di un popolo intero – e alla boxe: in me molti si rispecchiavano perchè ero lo scugnizzo che veniva dal nulla, dalla povertà, dalle macerie della vita che diventava campione del mondo e realizzava i propri sogni. In occasione della partita Napoli-Roma, poi, entrai con le squadre in campo al San Paolo e venni premiato alla presenza di Ferlaino e del compianto Dino Viola (presidente della Roma). La medaglia me la consegnò proprio Maradona”.
A bruciapelo, voglio un tuo pensiero personale sul Napoli di Sarri ed una riflessione sul Napoli di Ancelotti, quello attuale. – “Due scuole di pensiero diverse. Sarri è un maniacale. Un gioco, il suo, dove tutti devono muoversi, anche senza pallone, tutti devono andare in giro per il campo per attuare i diversi schemi di gioco. Abbiamo vissuto con lui un momento straordinario, abbiamo insegnato al mondo intero come si gioca al calcio. Ancelotti è uno un po’ più schematico ma, a differenza di Sarri, non stressa sempre gli stessi calciatori: fa girare tutta la rosa. Si prende dei rischi ma sa che per affrontare più competizioni deve sfruttarli tutti. Sono sicuramente diversi ma sono due grandi allenatori”.
Hai più avuto modo di confrontarti con Marco Tardelli dopo la querelle televisiva alla Domenica Sportiva e la singolare lettera aperta che ti scrisse sulla Stampa alla quale, comunque, replicasti ribadendo le tue posizioni? – “No, ma ho solo controreplicato a ciò che lui scrisse sui giornali. Io a differenza sua sono un uomo libero, non ho un datore di lavoro a cui dare conto e dico quello che penso. Alla Domenica Sportiva ho solo detto ciò che pensano 50 milioni di italiani ma nessuno ha il coraggio di dire, e cioè che la Juve è una squadra fortissima che non ha bisogno di aiuti, ma che, spesso, sembra debba vincere a tutti i costi. Lo sport è rispetto delle regole, per tutti. Ecco perchè mi incavolo. Ma non ho nulla di personale contro Tardelli”.
Qual è oggi il giocatore più rappresentativo della squadra e qual è quello del passato a cui sei particolarmente legato (escluso Maradona) ?– “No, è difficile, non posso dirne uno. Insigne, Mertens, Milik, Allan, Meret, Koulibali, sono tutti bravi ma non posso affermare che ce ne sia uno migliore di un altro. Col cuore potrei dirti Insigne, perchè è napoletano. Ma amo tutta la squadra. Il calciatore del passato, invece, per me è senza dubbio Antonio Iuliano. Una bandiera per la nostra città e per la squadra. Anzi, non tutti sanno che se Maradona è venuto a Napoli è stato grazie lui, all’epoca dirigente del Napoli. Un uomo straordinario, convinse lui il presidente del Barcellona. Però sono anche molto legato a Gokan Inler, con cui ho un bel rapporto di amicizia, gli ho insegnato anche a boxare!
Concludendo, una curiosità, un aneddoto personale legato al tuo rapporto con la nostra squadra del cuore – “Con un po’di dispiacere, ti racconto di quando il Napoli andò in serie C e fu acquisito da De Laurentis,organizzai un pool di sportivi, tutti medagliati olimpici, per sostenere la squadra. Perchè gli amici si vedono nel momento del bisogno, pensai. E dovevamo far capire ai calciatori che la città era loro vicina. Al debutto del Napoli alla prima partita al San Paolo, ci ritrovammo per donare una targa in campo, in segno di affetto verso la squadra. Ma l’allora DS Pierpaolo Marino e De Laurentis stavano rilasciando delle interviste e l’entourage ci disse di aspettare. Noi olimpionici aspettammo con pazienza a bordocampo, ma il tempo passò e i due girarono imrpovvisamente le spalle lasciandoci lì come degli imbecilli. Tra il primo e il secondo tempo, andai a cercare De Laurentis per dargli la targa: “Caro presidente, chest’è a targa, stateve ‘bbuono vuje e ‘o Napoli, e arrivederci!” …e me ne andai. Ma fu tutto molto sgradevole”.
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