Intervista a Aldo Putignano
Le quattro piacevoli chiacchiere con Aldo Putignano – editore di rara sensibilità ma anche autore dalla penna sagace ed intelligente – sanno di azzurro, non solo perché è autore di un libro sul tifo partenopeo, ma anche perché – sebbene pacato, gentile e riservato – frequenta da sempre il San Paolo, lasciando intendere che, forse, anche a lui è capitato qualche volta di perdere un po’ di autocontrollo, in nome di una viva e sana passione per il Napoli.
Ciao Aldo, prima domanda, così, a bruciapelo. Hai scritto tanti libri ma uno ha attirato subito la mia attenzione “Forza Napoli! Una vita in azzurro”, dove Nonno Gino, memoria storica e grande tifoso, ha un nipote molto meno passionale e devoto. Come nasce questa storia? – “E’ un libro che origina da un progetto sul tifo della Giulio Perrone Editore relativo, però, anche ad altre squadre. Io, in particolare, volevo provare a raccontare il modo in cui si vive il tifo a Napoli. L’idea di Nonno Gino, malato per il Napoli, la cui vita è legata indissolubilmente ai colori azzurri, aveva bisogno, a mio avviso, di una figura specchio, di qualcuno che avesse un rapporto affettivo tale da guardarlo con la giusta attenzione, ma anche con quel minimo di distanza che potesse, in un certo senso, farne emergere l’eccesso, la caratterizzazione. Anche il nipote è tifoso, solo che nonno Gino è qualcosa di più, vive in osmosi e rappresenta la parte viscerale del tifo napoletano, quella che, poi, ci diverte di più”.
E il rapporto di Aldo Putignano con il Napoli è più da nonno Gino o da nipote Antonio? – “Dipende dai momenti. Forse più nipote Antonio, però non è sempre facile mantenere le distanze e, soprattutto, non sempre ne vale la pena. Insomma nella vita se una cosa la senti, se per te ha senso e valore, al di là degli eccessi, che comunque non rientrano nel mio carattere, cerco anche io di farmi contagiare dalla passione. Quindi potrei anche dirti che sarei volentieri più vicino a nonno Gino”.
Io mi sono fatta l’idea di un testo un po’ autobiografico, come se la due figure “specchio” fossero in realtà la rappresentazione di una sola persona. Insomma, che tu nella realtà sei un po’ sia nonno Gino che nipote Antonio – “Analisi perfetta. Io non conosco un nonno Gino ma, forse, è un’altra parte di me. Per il resto il libro nei luoghi e nelle persone ha molto della mia vicenda personale ed è un lavoro che oltre alla parte di romanzo si accompagna ad una serie di testimonianze anche di altri autori di Homo Scrivens. Quindi si ritrova una dimensione collettiva della scrittura, che poi è ciò in cui credo da sempre. E credo anche che sia molto vicino all’esperienza del tifo, perché il tifo è collettivo, non è mai qualcosa di individuale”.
A proposito, come nasce il progetto Homo Scrivens? – “Homo Scrivens nasce come compagnia di scrittura vent’anni fa con l’idea di mettere insieme persone appassionate che avessero un comune interesse per la scrittura. L’idea era quella di provare, attraverso l’unione, il confronto e il dialogo, a creare qualcosa che in varie forme (non solo libri ma anche teatro, ad esempio), potesse raggiungere un pubblico più vasto. Col tempo abbiamo registrato una crescita degli scrittori, ma la stessa scrittura a Napoli è diventata un fenomeno sempre più importante e condiviso. E così abbiamo deciso di fare il passaggio da compagnia di scrittura a casa editrice. Ma lo spirito è quello e l’idea resta sempre la stessa: coltivare talenti cercando di farli maturare, che è poi il nostro marchio distintivo perché siamo scrittori che hanno imparato a diventare editori e non viceversa. Si potrebbe dire che siamo più attenti alla scrittura che al mercato, ma è una scelta non sempre facile. Considera che in italia c’è l’80% di editoria “a pagamento” e questo mortifica gli scrittori. Noi cerchiamo – anche se è faticoso – di lavorare sulla crescita, di ottenere dei testi validi da proporre, anche se il nome dell’autore è ancora poco noto. Il nome, poi, verrà dopo“.
Tu vai allo stadio? – “Si certo, sono abbonato e vado in tribuna. Quest’anno è stato il mio abbonamento più sfortunato. Tra una stagione sicuramente al di sotto delle aspettative e tutto ciò che ne è conseguito dopo…è stata veramente un’esperienza bizzarra. Ma vivo con costanza lo Stadio di Fuorigrotta e ne conosco benissimo l’atmosfera”.
Mi racconti qualche aneddoto legato alla passione per la squadra azzurra? – “Beh, ricordo una partita su tutte, un incontro che poi ho ripreso come punto di partenza in “Forza Napoli! Una vita in azzurro”: quella col Borussia Dortmund in Champions che segnava il ritorno del Napoli nel grande calcio, l’unico che conta, secondo alcuni (18 settembre 2013, Napoli – Borussia Dortmund 3-1 gol di Higuaìn e Insigne N.d.R). L’atmosfera era unica, io ho vissuto anche il Napoli di Maradona ma quella fu una situazione veramente molto diversa. Era come se due mondi s’incontrassero per la prima volta, c’era un entusiasmo fortissimo e quell’entusiasmo non era incontrollato come a volte capita, tutt’altro. E’ come se tutta la città si fosse messa in gara per accogliere al meglio l’evento, ed è stata una sensazione veramente forte”.
Dov’eri quando il Napoli ha vinto il suo primo scudetto? – “Ero a casa dei miei genitori e ho, come tutti, iniziato una lenta discesa verso il centro città. Il Museo e da lì verso Piazza del Plebiscito, mi sono lasciato travolgere dal carosello delle auto e dal fiume di persone. Ma più dei festeggiamenti del pomeriggio ricordo molto bene i preparativi del mattino, quando ci si organizzava tutti per la festa, dipingendo i muri e allestendo con le bandiere. Insomma, una sensazione unica”.
Un’ultima domanda, perché secondo te è così viscerale il legame dei tifosi con il Napoli, voglio dire perché c’è questo rapporto cosi stretto tra la squadra e la città? – “C’è anche un rapporto molto stretto dei napoletani con Napoli, però quello è un rapporto più difficile, proprio perché la città ha sempre avuto padroni e quindi è maturata col tempo una forte distanza emotiva fra Napoli e i napoletani stessi. Credo, invece, che la squadra sia un’espressione popolare, che venga dal basso, che sia nata con i cittadini. Quindi ci si ritrova e, in un certo senso, ci si riconosce di più. Hanno le stesse origini e vivono anche le stesse difficoltà. La squadra, inoltre, non ha mai avuto padroni stranieri. A questo aggiungi che – a differenza delle altre grandi città – c’è una sola squadra in cui riconoscersi. Chissà…forse è così viscerale perché il Napoli, in fondo in fondo, è la Napoli che noi tutti vorremmo”.
Simona D’Orso
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