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“C’era una volta il calcio”: intervista al maestro Zdenek Zeman

Zdenek Zeman, maestro di calcio ed uomo di sport, col suo gioco ha incantato per anni gli stadi di tutta Italia. La sua immancabile sigaretta ed il gioco spumeggiante sono il suo marchio di fabbrica. Dal Foggia dei miracoli, la cosiddetta Zemanlandia, alle esperienze romane con Lazio e Roma per giungere al Pescara e al ritorno alla Roma: quella dell’allenatore boemo è stata una carriera ricca di soddisfazioni e costellata da giovani calciatori scoperti e poi lanciati. Zeman racchiude l’essenza del calcio dentro e fuori dal campo, ad oggi ha voglia di ritornare in panchina ed è alla ricerca di un progetto serio per rimettersi nuovamente in gioco.

Salve Zeman. Partiamo dalla cosiddetta Zemanlandia: qual è stata la chiave del successo e che ricordi ha di quell’esperienza?

“L’esperienza a Foggia è stata bellissima, il periodo più bello. Abbiamo lavorato con sacrificio per arrivare a quei risultati e abbiamo lanciato tanti giocatori che sono anche poi andati in Nazionale. Io rimasi 5 anni nonostante le offerte perché stavo bene e credevo nella squadra.”

Parliamo delle esperienze alla Roma e alla Lazio. Lei non è riuscito a vincere, ha gettato però le basi per le vittorie future che ottennero?

“Diciamo che non sono d’accordo. Sia con la Roma che con la Lazio abbiamo raggiunto buoni risultati. Ma poi dopo le squadre sono cambiate e si sono evolute, hanno fatto tanti acquisti e speso tanti soldi. Quando c’ero io quegli acquisti così costosi non vennero fatti. Ma nonostante tutto comunque ho lanciato qualche calciatore che rimase in quella squadra come ad esempio Tommasi e Di Biagio.”

Una domanda che molti si sono posti spesso: come mai lei non ha mai allenato in Inghilterra o in Spagna?

“Io le offerte le ho avute, ma le ho rifiutate perché non conoscevo la lingua. Diciamo che era un problema farsi capire. Infatti in Serbia ed in Turchia ho avuto brutte esperienze perché era difficile comunicare. Per lavorare bene bisogna capirsi. Io faccio sempre delle battute per sdrammatizzare alcune situazioni, e quando sono andato all’estero non le capivano.”

Invece perché la sua esperienza al Napoli non è andata bene?

“Purtroppo a Napoli c’era una situazione particolare, c’erano due presidenti e ognuno mi diceva di non parlare con l’altro, era difficile lavorare così. Mi dispiace perché Napoli è una grande piazza, la gente si nutre di calcio a pranzo e cena. Poi la stagione partì tardi a causa delle Olimpiadi e io feci solo 7 partite. L’avventura finì quando a Perugia vincevamo 1-0 e ci diedero un rigore inesistente contro. Quella squadra a fine anno retrocesse, ma io invece ci credevo in quei giocatori, per me quel Napoli non era da retrocessione.”

Secondo lei qual è la differenza tra il calcio di ieri e quello di oggi?

“I campi sono sempre uguali, il pallone è sempre uguale. Prima il calcio era spettacolo, oggi è business. Cosa c’è da aggiungere?”

Dunque ribadisce la sua famosa filosofia “Il risultato è casuale, la prestazione no”?

“Certo. Gli allenatori devono occuparsi di far divertire i tifosi e i giocatori. Poi il risultato cambia, dipende se prendi il palo o no. Se il calcio pensa solo al risultato non andrà avanti.”

Nella sua lunga carriera lei ha lanciato tantissimi giocatori, questa cosa per lei è valsa più di vincere dei trofei?

“Assolutamente si, per me è stato un grande successo e una grande soddisfazione. I trofei che te ne fai? Li metti lì e li guardi. Invece le carriere sono importanti, vedi che hai aiutato dei ragazzi a crescere.”

Chi sarà secondo lei l’allenatore del futuro?

“Difficile dirlo perché oggi funziona tutto in modo diverso. Prima l’allenatore era un leader e aveva delle responsabilità, oggi conta poco o nulla. La squadra la costruiscono la società e i procuratori ed anche sulle formazioni c’è spesso intromissione. Poi una volta si lavorava in due sul campo, allenatore e vice, oggi ci sono 10-11 persone.”

Il gioco di Sarri è stato spesso accomunato al suo, quali sono le similitudini?

“Sì, Sarri fa giocare la squadra a calcio, ma per me fa troppo possesso. Se fai troppi passaggi è normale che uno lo sbagli, io preferisco andare prima possibili in verticale. Ora alla Juventus il suo gioco fa fatica perché ci sono troppe individualità, per giocare bene serve il collettivo. Bisogna rispettarsi e lavorare.”

La vedremo presto ritornare ad allenare?

“Io sono a disposizione e me la sento di continuare ad allenare. L’età non è un problema, non devo correre io. Il problema sono le idee e la mentalità, io voglio andare in una società che ha un progetto serio e mi fa fare davvero l’allenatore.”

In conclusione, secondo lei bisogna tornare a giocare?

“Per me per ora non è il caso. Spero che questa situazione passi presto, ma personalmente dubito. I giocatori poi stanno tutti a terra, non in condizione. Saranno in condizioni peggiori di quelle dell’estate quando tornano dalle vacanze perché sono fermi da 2 mesi. Per me il campionato è da chiudere e da riprendere direttamente l’anno prossimo.”

Giovanni Frezzetti

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