“C’era una volta il calcio”: intervista ad Ottavio Bianchi
Ottavio Bianchi ha allenato il Napoli tra il 1985 e il 1989, per poi ritornarci tra il 1992 e il 1994. Nei suoi anni a Napoli ha vinto praticamente tutto: uno scudetto, una Coppa Italia ed una Coppa Uefa. Persona garbata, alla vecchia maniera, riservata, ha sembra vissuto la vita sulla panchina con calma e pacatezza. Ad oggi Napoli è ancora nel cuore di Ottavio Bianchi. Proprio oggi, 14 maggio 2020, esce la sua autobiografia: “Sopra il Vulcano. Il campo, lo scudetto, la vita”, edita da Baldini+Castoldi, scritta con la figlia Camilla.
Salve Bianchi, perché ha deciso di scrivere questo libro?
“Perché mia figlia che da molto tempo aveva voglia di scrivere un libro con me. Io sono abbastanza debole ed ai figli non so dire di no. Pian piano, appunto dopo appunto, è venuto fuori il libro.”
Perché ha scelto questo titolo?
“L’ha scelto Gianni Mura. Quando ha letto il manoscritto ed ha fatto la prefazione mi ha detto che questo era il titolo giusto e l’ho accettato con entusiasmo.”
Qual è il ricordo più bello che ha della sua avventura a Napoli?
“Ce ne sono tanti, ma quello più bello, sotto il profilo umano e professionale è stato il giorno di Napoli-Sampdoria. Quel giorno doveva essere di contestazione nei miei confronti dopo il comunicato dei giocatori, invece lo stadio mi ha inneggiato per tutta la partita.”
Come giocava il suo Napoli?
“Le squadre giocano secondo i calciatori che hanno. L’allenatore poi trova il sistema di gioco adatto. Non mi sono mai fissato con un certo modo di giocare.”
Che rapporto aveva con la dirigenza durante il calciomercato?
“Neanche il Napoli di allora aveva la possibilità di spendere senza limiti e andare a comprare dei campioni in base al loro nome. Non avevo di certo la possibilità di dire compriamo Messi o Cristiano Ronaldo. Io facevo l’allenatore e la dirigenza faceva la squadra. Al massimo parlavamo dei ruoli scoperti e ceravamo di prendere il giocatore migliore in base alle possibilità economiche. All’epoca poteva farlo solo il Milan, con l’avvento di Berlusconi cambiò tutto.”
Che differenza vede tra il calcio di oggi e quello in cui lei allenava?
“Non è che ci siano tante differenza. Sin da quando giocavo ho sempre visto un’evoluzione del calcio anno per anno. Soprattutto dal punto di vista medico e chirurgico vedo una grande innovazione. Ai miei tempi quando ci si infortunava al menisco avevi finito la carriera, oggi lo si fa quasi in Day Hospital. Adesso c’è anche una diversità fisica dei calciatori. Ma in tutti gli sport è così. Per me il basket ne è un esempio: il playmaker nel basket prima era 1 metro e 80 ad oggi ce ne sono di 2 metri. Nel calcio mi viene in mente Pogba, prototipo del calciatore di oggi. Ai miei tempi neanche si faceva il lavoro in palestra, oggi è parte fondamentale dell’allenamento.”
C’è un allenatore di oggi in cui si rivede?
“Direi di no. Ce ne sono tanti bravi ed ognuno ha il suo modo di giocare. Ma il ruolo dell’allenatore ad oggi è completamente diverso, hanno uno staff numeroso. Quando allenavo io si avevano un paio di collaboratori.”
Ad oggi che rapporto ha con la società Napoli e con la città di Napoli?
“Nessun rapporto con la società, non li conosco neanche. Seguo il Napoli con affetto ma non sono più stato allo Stadio. A Napoli vado raramente a trovare qualche amico.”
In che rapporti è rimasto con i giocatori con cui ha vinto lo scudetto a Napoli?
“Anche con loro nessun rapporto. Qualche volta qualcuno mi chiama o mi manda un messaggio. Ma sono passati tanti anni e ci siamo un po’ persi di vista”.
Giovanni Frezzetti
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