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“C’era una volta il calcio”: intervista a Paolo Condò

Paolo Condò, storico giornalista della Gazzetta dello Sport e volto noto di Sky Sport, è uno dei giornalisti sportivi più competenti in circolazione. Dal 2010 è il giornalista italiano designato per la votazione per il Pallone d’oro. Un fine conoscitore di calcio e grande appassionato di basket, con le sue attente disamine ha sempre toccato il nocciolo di ogni questione calcistica. In esclusiva per Contropiede Azzurro ha raccontato la sua visione del calcio.

Buon pomeriggio Condò. Qual è la differenza tra il calcio di oggi e quello di una volta?

“Io non sono tanto favorevole a queste distinzioni perché poi diventano troppo nostalgiche, mentre secondo me stiamo parlando esattamente della stessa cosa. La macchina è sempre la stessa. Come quando torno a casa dalla mia famiglia a Trieste, passo per Brescia o per Bergamo, ma sempre con la stessa macchina. Dunque, ci sono delle tappe ma il percorso è sempre lo stesso. Secondo me è “acchiappa like” dire che una volta il calcio era più bello, è da ipocriti. Abbiamo scritto e disegnato tutti insieme il percorso del calcio.”

Quindi i soldi non c’entrano nulla in questa situazione?

“I soldi per me sono una conseguenza, non sono il motore di un eventuale cambiamento. Il motore resta la passione della gente. Con l’aumento di questa passione è normale che ci siano più soldi in giro. Anche altri settori come il cinema e la musica hanno avuto un’evoluzione economica, fa parte della logica delle cose. Questo, però, non significa che nella crescita del calcio non ci siano state delle storture che andrebbero corrette. Di solito la risposta ai problemi nel calcio è “facciamo più partite” per racimolare più soldi. Per me questa storia deve finire.”

E quale sarebbe la risposta ai problemi?

“C’è un problema decisionale nel calcio italiano. Per me ad esempio la Serie A dovrebbe essere a 18 squadre. Quando c’è da raggiungere una maggioranza per cambiare le cose tutti si tirano indietro. Alle “piccole” fa comodo una Serie A a 20 squadre. Anche l’Atalanta, che attualmente è una grande squadra, ha votato contro questa riforma in quanto non è certa del proprio futuro, non sa se rimarrà a lungo nelle prime posizioni della classifica. Paradossalmente in Serie A c’è troppa democrazia e quando bisogna prendere le decisioni non si pensa al bene del calcio ma a quello delle singole squadre. In Serie A ci vorrebbe un commissioner stile NBA che prenda le decisioni per tutti e per il bene di questo sport.”

Secondo lei ad oggi bisognerebbe tornare a giocare?

“C’è una premessa da fare: finché muoiono 500 persone al giorno non si può fare nulla, per motivi morali, sanitari e psicologici. I dirigenti devono però predisporre dei piani per quando sarà il momento di tornare a giocare. Va trovata una sicurezza per tutti, una volta trovata penso e spero che si potrà tornare a giocare. La gente ha voglia di vedere il calcio. Un mio amico che fa il giornalista di guerra mi ha detto che la prima cosa che sogna la gente in tempo di guerra è il calcio. Poi va ricordato che ci sono motivi economici per tornare a giocare, molti rischiano di perdere il posto di lavoro. Il problema non è di certo lo stipendio di Cristiano Ronaldo, ma il problema è che dietro le quinte c’è chi guadagna come un operaio o un impiegato. Per me è ipocrita e “acchiappa like” scagliarsi contro chi sta cercando delle soluzioni per riprendere a giocare.”

Secondo lei sarà possibile vedere una “piccola” vincere lo scudetto?

“Per me assolutamente no. Il motivo di questa risposta sono le coppe europee, da quando pagano così tanto a chi partecipa si è creato un fossato tra le grandi e le piccole. La differenza economica in Italia è troppa per poter pensare ad un Leicester italiano.”

Chi sarà secondo lei l’allenatore del futuro?

“Io penso che Klopp ci terrà compagnia per ancora 15 anni, lui porta un bel messaggio calcistico, è allegro ed ha ancora un grande futuro davanti. Io poi punterei su Xavi, sarà un grande allenatore ed allenerà il Barcellona, ha la testa per proseguire la tradizione di Cruijff e Guardiola. Poi sono curioso di vedere De Rossi come allenatore, lui è un portatore di valori sani nel calcio ed è un ragazzo intelligente. Anche Cambiasso per me diventerà un grande. Lui ogni volta che parla mi racconta qualcosa di nuovo, e dopo 40 anni che fai il giornalista non è facile che ci sia qualcosa di nuovo da ascoltare. Quando era giocatore vedevo in Ancelotti un grande allenatore e ci ho preso, ma allo stesso tempo vedevo in Costacurta un grande allenatore e purtroppo non è stato così per vari motivi. Quindi è tutto da vedere.”

Per quanto riguarda gli allenatori del recente passato invece? Lei ha scritto anche un libro, “Duellanti”, sulla rivalità tra Mourinho e Guardiola, sembra tanto che questi due allenatori ultimamente stiano perdendo un po’ di smalto, non crede?

“Nonostante non abbia vinto più la Champions dopo il Barcellona, Guardiola ha comunque vinto il campionato sia col Bayern Monaco che col Manchester City. Dunque di certo non è diventato un perdente. Per quanto riguarda Mourinho, invece, la sua magia è stata sempre stata quella di avere a disposizione una squadre completamente al suo servizio, pronta a gettarsi nel fuoco per lui. Certo, questa magia durava 2 anni e già al terzo anno nascevano problemi, ma attualmente non la vedo proprio più. Mi ha deluso nell’esperienza al Manchester United, ma lo sto aspettando. Questa rivalità storica tornerà quella di prima solo se Mourinho tornerà quello di prima, deve ritrovare quella magia. Comunque per ora l’uomo da battere per tutti resta Klopp con il suo Liverpool.”

Giovanni Frezzetti

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