“C’era una volta il calcio”: intervista a Gianni Di Marzio
“Da allenatore ha dimostrato il suo valore con idee di gioco temperamento e capacità di leadership del gruppo. Da dirigente ha scoperto decine di talenti in tempi non sospetti, su tutti Maradona, Cristiano Ronaldo e Messi. Ancora oggi, da consulente e commentatore spicca per fiuto e competenza”. Questa la motivazione del premio alla carriera “Il Saraceno” assegnato a Gianni Di Marzio nell’edizione del 2015 di Football Leader. Queste parole descrivono a pieno la carriera sportiva di un uomo che ha prestato la sua vita al servizio del calcio portando a casa successi su successi.
Buongiorno mister Di Marzio. Lei ha smesso di giocare a calcio prematuramente a causa di un infortunio ed ha iniziato subito a fare l’allenatore. Era già nella sua testa allenare oppure ha iniziato a farlo solo a causa dell’infortunio?
Diciamo che sono stato costretto, ero portato per fare l’allenatore e mi ci hanno mandato a farlo. In campo giocavo da regista e quindi ho spesso fatto l’allenatore in campo ed ho messo in mostra le mie doti, così i dirigenti appena mi sono infortunato mi hanno buttato nella mischia. Presi il patentino a 24 anni, precisamente il 1° aprile 1964 e il mio esaminatore fu il grande terzino Pietro Rava che vinse il Mondiale del 1938 con Vittorio Pozzo.
Che ricordi ha dell’Internapoli e dei talenti che quella squadra ha lanciato?
Ho un eccellente ricordo dell’Internapoli. Allenavo le giovanili e vinsi il trofeo Dante Beretti, l’allenatore della prima squadra era Montez, lo esonerarono e chiamarono me per sostituirlo. Dai giovani alla prima squadra fu un bel salto. Ricordo che quando arrivai Chinaglia non rendeva al massimo, instaurai subito un bel rapporto con lui e così iniziò a giocare molto meglio.
Parliamo della sua esperienza a Catanzaro. Qual è stata la mossa tattica che le ha permesso di affermarsi e di farsi apprezzare da molte grandi squadre?
Diciamo che più che una mossa tattica sono stati i risultati. Il primo anno a Catanzaro non raggiungemmo la promozione in Serie A solo perché in B quell’anno c’era il Milan che era di un altro livello. I risultati sono sempre stati dalla mia parte, ho una media di vittorie e pareggi al di sopra del 70% e tanti anni fa quando la vittoria valeva 2 punti i pareggi in trasferta erano pesanti come delle vittorie. Così venni corteggiato da grandi squadre come la Juve, ma poi alla fine decisi di andare al Napoli.
Proprio parlando della sua esperienza a Napoli, qual è stata la più grande difficoltà che ha vissuto?
La più grande difficoltà fu il fatto di essere napoletano. C’era grande scetticismo intorno a me, non avevo un grande nome, ma smentii tutti con i risultati. Portai a Napoli un sacco di giocatori sconosciuti anche dalla Serie C e anche questo contribuì a creare un clima di scetticismo nei miei confronti. Ma nonostante tutto al primo anno arrivai 6° e perdemmo la finale di Coppa Italia contro l’Inter. I giornalisti oltre ad essere scettici erano anche molto polemici, soprattutto i più anziani, ma il mio legame con Napoli mi aiutò a fregarmene di tutto ed ad andare avanti. Poi purtroppo Ferlaino mi tradì: in estate io dovevo andare alla Lazio, ma lui mi diede un premio per farmi rimanere però poi alla seconda giornata mi esonerò. Questa sua decisione mi rovinò in parte la carriera.
Quale allenatore l’ha ispirata? Ad oggi in che allenatore si rivede?
Sicuramente Boskov è stato il mio mentore: grande conoscitore di tattica, un uomo intelligente ed un gran motivatore. Tanti anni fa era diverso fare l’allenatore, dovevi essere preparato su tutto. Non c’era lo staff così numeroso come c’è oggi. Ad esempio la preparazione atletica doveva farla l’allenatore e doveva esserne competente per non sbagliarla. Ad oggi mi rivedo molto in De Zerbi, un allenatore furbo e scaltro che sa proporre un bel gioco. A differenza mia a lui manca un po’ di praticità quando c’è da portare a casa il risultato.
Quale sarà il modello vincente di allenatore per il futuro?
Per il modello vincente sarà un misto tra De Zerbi e D’Aversa. Il primo, come ho detto prima, sa fare gioco, il secondo è un allenatore di grande praticità, quindi in un mix tra i due sarebbe un modello perfetto e vincente. Ma resta una caratteristica fondamentale che l’allenatore deve avere, deve sapersi presentare umanamente alla squadra ed al pubblico.
Il risultato più bello che ha raggiunto da allenatore?
Sicuramente è stato bellissimo quello che ho fatto a Catanzaro, perché poi oltre a portarli in Serie A l’anno successivo mi son ripetuto in ottimi risultati. Ho bei ricordi anche di Catania, la squadra non andava in A da tanti anni e quando siamo tornati a casa con la promozione in tasca l’aereo non riusciva ad atterrare tanto della gente che c’era ad aspettarci, è un ricordo per me incancellabile. Ho sicuramente tanto orgoglio anche di altri risultati. Il Cosenza non andava in B da più di 30 anni ed è stato un onore riportarcelo. Ho grandi ricordi anche al Venezia come direttore sportivo quando tornammo in Serie A. Ricordo che i festeggiamenti in quella splendida città furono davvero suggestivi. Sempre come direttore sportivo anche all’estero mi son tolto soddisfazioni quando siamo saliti dalla Championship in Premier con il QPR. Aldilà di questi bei ricordi il mio più grande rimpianto resta comunque l’esperienza col Napoli in cui avrei voluto fare di più se mi fosse stato permesso.
Invece che ricordi ha dei talenti più grandi che ha scoperto?
Sicuramente il ricordo più bello è quello legato a Maradona. Lo conobbi in Argentina nel 1978 grazie al responsabile della polisportiva dell’Argentinos Juniors che era un ingegnere calabrese e quindi era un mio grande fan. Mi portò a vedere questo ragazzino giocare e io lì capii subito che era un giocatore fuori dal normale. Con Diego ho sempre mantenuto un grande rapporto e lui durante la sua vita mi ha ringraziato in tutte le salse per quello che ho fatto per lui. Il rapporto che ho con Diego ho provato a mantenerlo anche con gli altri talenti che ho scoperto, ma spesso non è stato possibile. Quando lavoravo per la Juve gli segnala Cristiano Ronaldo e loro stavano per acquistarlo per 2 milioni più Salas. Poi Salas rifiutò e la trattativa andò in fumo. Anche Messi lo avevo segnalato alla Juve, lo vidi ad un Mondiale under 20 e l’allenatore non lo faceva giocare. Non si fece niente con la Juve perché lui era molto legato al Barcellona per le cure mediche che gli avevano offerto. Invece sono riuscito a portare alla Juve Ibrahimovic anche se loro non lo volevano. Dicevano che era la copia di Trezeguet, ma so riuscito a convincerli che si sbagliavano e sono stato la loro fortuna.
Quale pensa sia la maggiore differenza tra il calcio di ieri e quello di oggi? A parte i soldi direi…
Sicuramente nei valori umani. Tanti anni fa si comunicava direttamente coi giocatori, ora tutti si circondano di persone spesso inutili che devono fare da tramite. Tanti anni fa i grandi giocatori erano anche grandi uomini. Ho avuto il piacere di allenare Ranieri che è stato uno di questi e anche lui mi ha sempre ringraziato. Anche il gran numero di stranieri è una grande differenza. Poi sicuramente ad oggi i calciatori puntato tutti ai soldi ed ad un ritorno d’immagine. Poi non hanno equilibri famigliari: si sposano e si separano come se nulla fosse. Va sempre ricordato che il giocatore famoso, un uomo di successo lo è e lo diventa anche grazie alla donna che ha vicino.
Qual è il problema del calcio italiano?
Sicuramente in Italia ad oggi c’è poca qualità. Ci sono pochi investimenti sui giovani e sui settori giovanili. Ma la cosa più grave per me è che chi lavora e fa l’allenatore nel settore giovanile non ne è capace, spesso mettono in quei ruoli persone improvvisate. Me ne sono accorto quando l’allenatore delle giovanili della Fiorentina scartò Zaniolo. Io pensai che se fossi stato il suo presidente l’avrei mandato via in un secondo perché con quella scelta folle ha dimostrato di non capire nulla di calcio. Poi questi che si professano allenatori leggono i libri e vogliono far giocare i ragazzini come c’è scritto sopra i libri e così non li fanno giocare a calcio secondo me, bloccano la fantasia di questi ragazzi. Chi riesce a far bene in questo settore ha molto più futuro, ma sono pochi a riuscirci come ad esempio l’Atalanta.
Ultima domanda mister. Gattuso è l’uomo giusto per far ripartire il Napoli anche nella prossima stagione?
Secondo me è ancora presto per valutare. Gattuso è una persona perbene ed un grande uomo. Ha fatto cose importanti nello spogliatoio e non guarda in faccia a nessuno. Ha messo da parte i nomi ed ha fatto giocare i veri uomini. Le sue esclusioni eccellenti sono sinonimo di grande intelligenza. Poi però pecca ancora di inesperienza e commette degli errori. Ad esempio nella partita col Lecce ha messo in campo una squadra un po’ allo sbando. Può ancora crescere tatticamente ma bisogna dargli i giocatori adatti alla sua idea di calcio.
Giovanni Frezzetti
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